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Intervista - La nuova opera dello street artist torinese Andrea Villa: "In un mondo di odio, sii Francesco"

13 Marzo 2025
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“In a world of hate, be Francis” è il messaggio che campeggia sull’ultimo manifesto comparso a Torino, firmato da Andrea Villa, street artist torinese noto per il suo sguardo critico sulla società. Villa è un nome d’arte nato quasi per caso, frutto di un errore della stampa che lo ha scambiato per il fotografo che aveva diffuso una sua opera. Ha deciso di farlo proprio, trasformandolo in un’identità artistica che si cela dietro una maschera a specchio, simbolo della sua volontà di riflettere il mondo che lo circonda. Nominato da Forbes tra i più influenti street artist europei, Villa ha iniziato il suo percorso nel 2014 con un manifesto ispirato al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, sostituendo i volti dei lavoratori con quelli dei politici italiani, accompagnati dalla scritta “Solo chiacchiere e vitalizio”. Il suo lavoro è capacità di giocare con stili e toni differenti. Esattamente come nel manifesto che ritrae papa Francesco. Una forma che recupera il linguaggio dei social per parlare di temi più profondi.

Il tuo lavoro unisce arte, politica e critica sociale. Qual è l’ispirazione dietro il tuo manifesto su Papa Francesco?

La religione ha sempre parlato agli ultimi e continua a farlo, mentre la politica sta perdendo questa sensibilità. A dominare è sempre più una tecnocrazia, intesa come governo delle tecnologie, che inevitabilmente esclude la cura dell’essere umano. E la cosa ancora più assurda è che questi governi cercano di appropriarsi della religione cattolica, ma in realtà spesso non ne rispettano affatto le ideologie e la missione. Dalla politica dell’ideologia siamo arrivati a una politica dell’egoismo, basata più sugli interessi personali che non su quelli della comunità.

Quale strumento abbiamo per essere “pontefici”, costruttori di ponti, in un mondo di odio?

Uno dei problemi maggiori di questo tempo è la mancanza di empatia e la difficoltà di comunicare. In questo manifesto di Papa Francesco ho voluto evidenziare il paradosso del mondo attuale in cui i valori cristiani, che venivano considerati sorpassati in una società laica, sono invece visti come alternativi e sovversivi rispetto a una politica sempre più estremista. I messaggi di pace e tolleranza, incarnati dalla figura di Papa Francesco, emergono come simboli di opposizione e resistenza. È innegabile che Papa Francesco abbia sempre cercato di mantenere un dialogo, un'apertura popolare nei confronti delle persone, di creare una Chiesa che potesse essere apprezzata e capita da più persone possibili. E infatti è una figura che è riuscita a conquistare anche chi normalmente non fa parte dell'ambiente religioso. Siamo in un periodo storico in cui bisogna tornare a porsi domande sul senso dell'essere umano. Viviamo in una società ipertecnologica che però ha bisogno di una spiritualità proprio per riuscire a tenere ferme le radici dell'essere umano.

La tecnologia sta ridefinendo il nostro rapporto con il mondo e con noi stessi. Come possiamo evitare che l’innovazione ci allontani dall’essenza umana?

Non voglio dire che la tecnologia e l'intelligenza artificiale siano negative, perché io stesso le ho utilizzate per alcuni lavori. Tuttavia, viviamo un momento in cui l'essere umano deve ritrovare il proprio centro, in un contesto in cui viene sempre più decentralizzato dalla tecnologia. Stiamo vivendo una fase di transizione: il Novecento è ormai alle spalle e si sta entrando in un nuovo periodo storico in cui bisogna capire dove l'uomo dove è posizionato spiritualmente, perché le ideologie del Novecento ormai sono estinte, e i partiti che ancora si rifanno a quel modello, nel bene e nel male, non riescono più ad avere presa sulle persone. Inconsciamente, la società ha già superato il Novecento, anche se non se ne rende conto del tutto. La Chiesa, per restare comprensibile, deve riuscire a rispondere non solo a domande di fede, ma anche a interrogativi esistenziali più ampi.

Hai detto di aver utilizzato l'intelligenza artificiale per alcuni lavori. Che impatto ha e avrà sulla creatività?

L’intelligenza artificiale è ormai una realtà consolidata, è già utilizzata ed è diventata parte integrante del mondo creativo. Non penso che rappresenti un pericolo per la creatività, ma piuttosto un nuovo strumento, proprio come lo è stato Photoshop negli anni '90. All’epoca c’era chi sosteneva che bisognasse ancora usare l’aerografo per creare certe grafiche, ma poi Photoshop ha sostituito quel metodo. Io stesso ho realizzato una campagna pubblicitaria per un cliente utilizzando l'intelligenza artificiale, ed è diventata virale sui social media. Tanto che il cliente ha continuato a collaborare con me, abbandonando il precedente creativo che lavorava con illustrazioni a mano. Ma il punto non è stato l’uso dell’IA in sé: il mio concept era semplicemente più efficace. Nella pubblicità conta l'idea, o funziona, o non funziona. È come nello sport: se un atleta batte un record, è perché è stato più veloce degli altri. Non c’è discussione. L’intelligenza artificiale può sicuramente ridurre i tempi di realizzazione e aiutare nella fase di concept. Ad esempio, se vuoi sviluppare delle idee per un videoclip, con l’IA puoi farlo in un giorno anziché in tre settimane. Ma resta sempre uno strumento: l’intelligenza umana deve rimanere il fulcro del processo creativo.

Torino è la tua città e la città che ospiterà il festival. Riesce ancora ad ascoltare le esigenze degli ultimi?

Torino è una città che ha investito molto sul welfare e che destina più risorse alle periferie rispetto ai quartieri centrali. Questo fa sì che la cittadinanza si senta più ascoltata e le sue necessità vengano prese in considerazione. Penso che questo modello abbia anche un impatto positivo sulla prevenzione della microcriminalità. Se pensiamo alle baby gang è un tema legato soprattutto a una città come Milano perché è una città escludente dal punto di vista economico e in condizioni di fragilità si crea un circolo vizioso che spesso sfocia in criminalità. In questo Torino è una perla rara nel panorama italiano, la maggior parte delle città non ha interesse a investire nel welfare. Si parla tanto di periferia, ma vengono abbandonate perché non c'è un reale interesse a riqualificarle. Quindi, secondo me, il sistema Torino è un buon sistema, per quanto la gente lo critici. Lavoro in altre città, ma la situazione che c'è a Torino, raramente l'ho vista altrove.

E a livello personale che rapporto hai con Torino?

Come artista sono stato accolto molto bene da questa città. È una città molto internazionale ed una città con tanto potenziale; grande ma non una metropoli spersonalizzata, dove hai il tuo tempo di riflessione. In molte città la gente corre come se fosse un fiume in piena, invece a Torino puoi decidere di metterti sulla sponda e aspettare di vedere il fiume correre, anche a livello creativo.

Qual è l’obiettivo che ti proponi di raggiungere con le tue opere e il tuo lavoro? Rappresentano una forma di resistenza nonviolenta?

Sì, molti dicono che io sia politicizzato, in realtà credo nella difesa degli ultimi, credo nel rappresentare le persone che in questo mondo non lo sono. Voglio anche lanciare un appello agli artisti: non preoccupatevi di schierarvi con i vostri lavori, di dire quello che pensate tramite l'arte, perché tanto se sono delle buone battaglie verranno capite. Non prendere posizione, con il tempo, ti logora e ti rende una persona vuota, non soddisfatta.

I tuoi lavori spesso hanno una durata effimera, ma vengono rapidamente ripresi dai media e acquisiscono una vita propria. Come percepisci il rapporto tra la tua arte, la velocità dell’informazione e il modo in cui viene diffusa?

Insieme a due colleghi, Marco Abrate e Lorenzo Gnata, ho creato un movimento artistico che si chiama viralismo: è durato 24 ore, il tempo di una Instagram stories, dove l’abbiamo pubblicato. Forse il manifesto artistico più veloce della storia, ma è stato assimilato anche quello in modo velocissimo: è comparso su una pubblicazione universitaria dell’Accademia di Belle Arti di Torino, ed è finito nelle maggiori fiere d’arte internazionali. Una cosa impensabile, in passato i movimenti artistici ci mettevano decenni ad essere compresi. Penso che sia successo non tanto perché il nostro lavoro è stato apprezzato o è stato subito capito, quanto perché la nostra è una società, come volevo dimostrare con questa operazione, che tende a fagocitare, a assimilare e a digerire subito qualsiasi cosa.

Cosa fa Andrea Villa quando non lavora?

Cerco sempre di documentarmi, di rimanere aggiornato, di capire quali sono le ultime tendenze politiche. Leggo molto, guardo meme e video suoi social per capire i trend, vado nei musei. La mia missione è portare queste conoscenze e riflessioni nel mio lavoro. Essendo appassionato di quello che faccio, lavoro quasi sempre.

La redazione