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Il silenzio di Gerusalemme e i bambini che aspettano la pace

16 Giugno 2025
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di Adriana Sigilli 

C’è molto silenzio, qui a Gerusalemme. Un silenzio che pesa come pietra, perché da giorni la vita della città si è fermata. La guerra tra Israele e Iran ha fatto scattare lo stato d’emergenza. E intanto continua, inesorabile, anche il conflitto con Gaza. Una guerra che non è solo tra Stati, ma contro l’umanità stessa. Cammino lungo la strada dove i familiari degli ostaggi protestano, da 619 giorni, per riabbracciare i loro cari. Tra le immagini sbiadite dal tempo, ce n’è una che mi spezza il cuore: un bambino che stringe un cartello con scritto “Ridatemi il mio papà”. È come un grido che attraversa il tempo, e il tempo si ferma. Penso ad Adam, il bambino di Gaza che ha perso il papà, i fratellini, le sorelline. È arrivato in Italia con la madre per ricevere cure. Nei suoi occhi, la guerra ha lasciato solchi profondi, ma anche una luce di resilienza che solo i bambini sanno mantenere. Un altro Adam, di Betlemme, lo ricordo bene. Oggi è un giovane uomo, ma quando lo incontrai per la prima volta, era un bambino “invisibile”. Doveva venire in Italia per giocare a pallone con la sua squadra, Bambini senza confini, ma non aveva documenti. “Non esisteva”. Dopo cinque anni d’attesa, appena sceso dall’aereo, si inginocchiò e baciò la terra. Un gesto che non dimenticherò mai. Era il suo primo respiro da uomo libero. Poi c’è Victor, che alla Giornata Mondiale dei Bambini del 2024 ha raccontato con voce tremante quanto la guerra abbia stravolto la sua quotidianità: l’impossibilità di abbracciare i propri cari, i check-point, le distanze che diventano muri. E penso agli occhi luminosi e speranzosi di 28 bambini e adolescenti di Betlemme. Oggi, 16 giugno, sarebbero dovuti partire per vivere un’esperienza unica con i loro coetanei italiani, a Lonate Pozzolo, ospitati da Don Luigi Marcucci e a Primaluna, da Don William Abbruzzese. Insieme avrebbero dato vita ad “Un ponte per la speranza” tra Betlemme e l’Italia. Ma a causa dello stato d’emergenza, quel sogno si è infranto. Un altro piccolo sogno svanito nel vento. Che amarezza! Ma partiremo. Un giorno partiremo. Perché la speranza, quando nasce nei cuori puri dei bambini, non muore mai. Seguo il progetto Bambini senza confini da quasi vent’anni, insieme a Oasi di Pace e a Padre Ibrahim Faltas. In tutti questi anni ho imparato che i bambini non hanno confini. Sono anime aperte, desiderose solo di vivere, giocare, conoscere. Di essere amati. I bambini di Betlemme, sono nati dopo la costruzione del muro. Vivono in una città chiusa, dove anche un neonato ha bisogno di un permesso per uscire. E da due anni, la morsa delle restrizioni si è fatta ancora più stretta. Le famiglie sopravvivono come possono, in un quotidiano fatto di rinunce e reinvenzioni. E intanto, fuori, il mondo tace. Questa generazione è cresciuta non con favole e sogni, ma con le notizie dei bombardamenti, con il rumore delle sirene, con le immagini dei bambini di Gaza senza vita. Un’infanzia rubata, una primavera che non sboccia. Eppure, ogni bambino del mondo ha il diritto sacro di vivere la propria fanciullezza. Ha il diritto di correre, di ridere, di sbagliare, di crescere senza il peso della paura. Perché i bambini non sono i soldati del domani: sono i custodi della speranza di oggi. Siamo noi adulti a dover costruire un mondo dove la guerra non sia l’unico linguaggio che imparano. “Le mani dei bambini sono fatte per costruire ponti, non per raccogliere cibo tra le macerie.” E allora, che il silenzio di Gerusalemme ci parli. Che ci risvegli. Che ci ricordi che ogni bambino, ovunque sia nato, merita di vivere. Non solo di sopravvivere. “Finché ci sarà un bambino che sogna, il cielo non potrà chiudersi del tutto.”

Adriana Sigilli