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Giustizia riparativa. Bonisoli, Milani e Bazzega: tre vite, un dialogo possibile

26 Marzo 2025
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Il senso di responsabilità ha unito le storie di Franco Bonisoli, Manlio Milani e Giorgio Bazzega. Ed è sempre quel senso di responsabilità che li spinge oggi a raccontare agli studenti che un’altra via è possibile. Oltre mille ragazzi in collegamento, e l’auditorium di via Mahler pieno. A dominare è stato un silenzio attento e partecipe, rotto solo dagli applausi dove hanno testimoniato il loro lungo percorso di giustizia riparativa, nato all’interno del "gruppo dell’incontro", che ha messo a confronto ex brigatisti e vittime.

Manlio Milani, il 28 maggio 1974, era in piazza della Loggia quando una bomba gli portò via la moglie e alcuni amici. il dialogo e la memoria sono stati per lui un faro. «L’antifascismo si basa sulla responsabilità e sul rispetto dell’altro. Come rappresentante della Cgil mi sono sempre dovuto confrontare con Cisl e Uil: così ho imparato il valore del dialogo, che è ricerca di sintesi. La nostra Costituzione è nata proprio così». «Essere vittima può diventare un’identità, ma significa rinchiudersi e non chiedersi perché sia accaduto». Milani ha trovato una risposta negli incontri con Bonisoli e gli altri. «Stringergli la mano il primo giorno mi faceva paura, ma nel farlo è caduto tutto. Ho capito che la vittima non ha il monopolio della sofferenza. Sono sofferenze diverse, ma la loro, a volte, era persino più pesante».

Anche Franco Bonisoli è cresciuto in quella cultura politica, ma per lui la violenza era l’unico mezzo per cambiare il mondo. «A 19 anni ho scelto la lotta armata. Ho abbandonato tutto: documenti, famiglia, fidanzata. Pensavamo di colpire lo Stato, ma abbiamo finito per colpire persone. La logica di guerra ti disumanizza, e così perdi anche la tua umanità». Arrestato a 23 anni, ha trascorso anni nel circuito delle carceri di massima sicurezza. «Non riconoscevamo lo Stato, non ci difendevamo nei processi. Presi quattro ergastoli e 105 anni di condanne minori. Lo scontro era la nostra unica risposta». Poi la crisi: «Non credevo più nella rivoluzione, ma ammetterlo significava accettare la sconfitta. A 28 anni vedevo la mia vita finita». L’incontro con don Salvatore Buzzi e la partecipazione a uno sciopero della fame furono la svolta. «Per la prima volta ci chiamarono fratelli. Il carcere cambiò, e con il tempo capii che il mio vero debito non era con lo Stato, ma con le vittime». Dopo 22 anni e mezzo uscì, ricostruì una famiglia e intraprese un percorso di riconciliazione. «Mi ritengo uno sconfitto e non ho vergogna a dirlo: la violenza genera solo altra violenza. Se cambiamo registro e scegliamo il dialogo, possiamo spezzare il circolo dell’odio».

Giorgio Bazzega, invece, ha vissuto per anni nel rancore. Suo padre, maresciallo di polizia, fu ucciso in un’operazione contro un militante di estrema sinistra. «Avevo due anni e mezzo. Crescendo, ho vissuto la scarcerazione di Curcio come un tradimento dello Stato. Ho cercato vendetta nella violenza degli ultrà e nella droga». Poi la crisi più profonda: «Volevo farla finita, pensavo che chi mi voleva bene avrebbe sofferto meno». «Entrai nell’Associazione vittime del terrorismo, ma gli slogan erano divisivi: il dolore è ovunque, e per guarirlo bisogna farsene carico». Quando gli proposero di unirsi al gruppo dell’incontro, la sua prima reazione fu di rabbia: «Dissi loro: preparatevi, perché voglio ammazzarvi tutti». Ma l’incontro con Bonisoli e gli altri cambiò tutto. «Mi sono riconosciuto per la prima volta grazie a chi avrei voluto uccidere. Ho capito che stavo tradendo la memoria di mio padre». Oggi, attraverso la giustizia riparativa, si è costruito un ponte tra storie un tempo inconciliabili. Non si tratta di dimenticare, ma di attraversare il dolore insieme, con responsabilità e rispetto reciproco. Perché, come dice Bonisoli, «se non c’è limite al male, non ci deve essere neanche al bene».

La redazione