Il prezzo sanguinoso dell'invio di armi
Le vendite delle industrie di armi nella Top 100 di Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). E ammonta a 800 milioni di euro il costo stimato per l’Italia di invio di armi all’Ucraina. Quali sono i risvolti politici e come si può arrivare in questa maniera a risolvere il problema della guerra in Ucraina?
Quando l'economia politica e gli interessi dominano sulla coerenza e sulla verità. Da un articolo de LaPresse, ammonta a 800 milioni di euro il costo stimato per l’Italia di invio di armi all’Ucraina. Lo riporta l’Osservatorio Mil€x aggiornando le proprie stime di dicembre sul costo dei sistemi d’arma che ammontavano a 450 milioni di euro. Come spiegato anche dall’analista e fondatore dell’Osservatorio Mil€x Francesco Vignarca «non è facile capire quale sia stato il sostegno italiano militare all’Ucraina perché l’Italia è l’unico tra i paesi più grandi a non dare dettagli sull’invio dei sistemi d’armi». Il punto in questione è che continuare a inviare armi senza gli opportuni ragionamenti si tratta di una mancanza di trasparenza.
Ma cosa si cela dietro alla crescita evidente di armi?
Da un report di inizio anno SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), le vendite di armi e servizi a carattere militare delle 100 maggiori industrie del settore hanno raggiunto 592 miliardi di dollari nel corso del 2021, un aumento dell´1.9 percento in termini reali rispetto al 2020. Dagli stessi dati diffusi dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), l’aumento ha segnato il settimo anno consecutivo di crescita globale della vendita di armi. Ovviamente i problemi della supply chain emersi nel 2021, si sono verosimilmente inaspriti dalla guerra in Ucraina. L'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022 si è aggiunta alle sfide della supply chain per l’industria delle armi, dato che la Russia è un importante fornitore di materie prime necessarie per la produzione. Un affare d’oro visto che la domanda bellica è superiore all’offerta.
Il risultato è che i governi, soprattutto europei, invocano un’economia di guerra che permetta di far fronte alla richiesta. E tra le super potenze, a guidare la classifica delle società che dominano la Top 100 sulla produzione delle armi, c’è ancora l’America.
E l'Italia come si pone?
L'Italia, secondo l'ultimo rapporto di Sipri, guida l'Unione Europea nella difesa e nella vendita di armi. Oltre alle società statunitensi che guidano la produzione, la quale registrano più della metà delle vendite mondiali, ci sono dei primati europei. Ed è una azienda italiana a guidare la classifica sulle vendite delle armi. Le vendite di armi e servizi militari rappresentano l'83% del giro d'affari in totale. Anche Fincantieri fra le aziende italiane con 2,98 miliari di dollari ricavati dalla vendita di armi.
Altri sviluppi degni di nota
• Sei società russe sono incluse nella Top 100 per il 2021. Le loro vendite di armi sono state pari a 17.8 miliardi di dollari, un aumento solo dello 0.4 percento rispetto al 2020. Ci sono segnali che la
stagnazione sia diffusa in tutta l'industria russa delle armi. Le cinque società presenti nella Top 100 con sede in Medio Oriente hanno generato vendite di armi per 15.0 miliardi di dollari nel 2021. Si tratta di un aumento del 6.5 percento rispetto al 2020, il ritmo di crescita più rapido di tutte le regioni rappresentate nella Top 100;
• Le vendite aggregate di armi delle quattro società con sede in Giappone incluse nella Top 100 sono state di 9.0 miliardi di dollari, un calo dell'1.4 percento rispetto al 2020;
• È il primo anno in cui un'azienda taiwanese compare nella Top 100. NCSIST (classificata al 60° posto), specializzata in missili ed elettronica militare, ha registrato vendite di armi per 2.0 miliardi di dollari
nel 2021;
• Le società di private equity stanno diventando sempre più attive nell'industria delle armi, in particolare negli Stati Uniti. Ciò potrebbe influire sulla trasparenza dei dati sulle vendite di armi, a causa di requisiti
di rendicontazione finanziaria meno rigorosi rispetto alle società pubbliche.





