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Earth Day: in otto miliardi sulla terra, quale sarà il futuro?

22 Aprile 2023
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Il 22 aprile è la data scelta dall'ONU per celebrare il nostro pianeta. Un mese e un giorno dopo l'equinozio di primavera. Una data che porta al centro dell'attenzione lo stato di salute della terra: il pericolo di conservazione delle nostre risorse naturali e i tanti punti in sospeso in tema di politiche ambientali. Dalle espressioni sempre in evoluzioni del cambiamento climatico al calo demografico. Le Nazioni Unite sostengono che la popolazione globale sia arrivata oltre la soglia degli otto miliardi. Troppi o troppo pochi? 

Il nostro mondo è ora abitato da 8 miliardi di persone. Questo significa enormi opportunità per noi, ma anche sfide notevoli. Ma cosa condiziona fortemente l’età media dei cittadini in tutto il mondo? Ad esempio, dove l'alto tasso di natalità convive con un alto tasso di mortalità degli adulti, la crescita della popolazione è caratterizzata da un’età media bassa: la popolazione è più giovane (come accade in gran parte dei paesi africani). Se, al contrario, la crescita è caratterizzata da una bassa natalità che si accompagna a una mortalità altrettanto bassa degli adulti, è probabile una prevalenza di popolazione adulta e anziana (come accade, ad esempio, in Italia). Queste differenze si fanno sentire sul piano economico perché l’età condiziona la capacità di lavoro e, quindi, di produzione.

Storia della popolazione


Nel mondo, la popolazione ha cominciato a crescere in maniera significativa nel 1800 a partire dall’Europa. Questo grazie ad un miglioramento globale delle condizioni igieniche sanitarie, ad una migliore alimentazione e ad una crescita complessiva delle condizioni di vita. La crescita demografica, però, in quegli anni non è stata accompagnata da un’uguale crescita di posti di lavoro. Di conseguenza, sono stati tantissimi coloro che hanno scelto di cercare miglior fortuna all’estero. In totale, si stima che, fra il 1800 e il 1930, i migranti europei siano stati 60 milioni, soprattutto verso le Americhe e l’Oceania. Intorno al 1910 la popolazione europea o di origine europea (includendo Stati Uniti, Canada, Oceania e anche paesi latinoamericani di forte immigrazione, come l’Argentina) rappresentava più di un terzo di quella mondiale (contro il 20 per cento di un secolo prima), e cresceva più rapidamente di quella del resto del mondo. Nel frattempo, la popolazione stava cominciando a crescere nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo.


Nel 1950, in Rwanda, Kenya, Filippine, ad esempio, la media di figli per donna fertile era superiore a sette, mentre in Cina e India era attorno a sei. Fatto sta che, fra il 1950 e il 1987, la popolazione mondiale è raddoppiata passando da 2,5 a 5 miliardi di individui. Un raddoppio in 37 anni non si era mai visto nella storia dell’umanità. Dopo il 1987 la popolazione mondiale ha continuato a crescere, ma non allo stesso ritmo perché il tasso di natalità si è ridotto quasi ovunque. Soprattutto in Cina e in India i motivi sono tanti: dal diverso ruolo sociale conquistato dalle donne o dalle misure più ferree che ha costretto le coppie a non oltrepassare un determinato numero di figli. Quest’ultima pratica è stata assunta in particolare in Cina nel 1980 quando Deng Xiaoping ha proibito alle coppie di avere più di un figlio. Chi trasgrediva la regola rischiava di perdere il posto di lavoro e di pagare multe esorbitanti. Nel 2015 la regola del figlio unico è stata tolta tornando a quella di due figli che era in vigore durante gli anni Settanta. Poi, nel maggio 2021, è stato addirittura introdotto il permesso di avere fino a tre figli. Nel 2022 la popolazione cinese è calata di circa 850mila persone. Nel frattempo, la Cina è diventato il paese con il più alto numero di anziani: nel 2019 le persone oltre sessanta anni erano 254 milioni; nel 2040 si prevede che saranno 402, il 28% dell’intera popolazione. Con gravi ripercussioni anche per il sistema economico.


In Africa, invece, il tasso medio di fertilità è di 2,4 figli per donna fertile, appena sopra il 2,1, detto «tasso di conservazione», perché considerato il livello minimo utile a impedire alla popolazione di contrarsi. Ma moltissime nazioni sono ormai sotto questa soglia Le Nazioni Unite prevedono che la popolazione di 61 nazioni si ridurrà di almeno l’1% fra il 2022 e il 2050. Gli unici paesi in controtendenza sono quelli più poveri, soprattutto dell’Africa, continente con un tasso medio di fertilità di 4,3, lo stesso che avevamo in Europa nel 1800. In conclusione, l’Africa subsahariana è l’area del mondo con il più alto tasso di crescita demografica, tanto da aspettarsi un raddoppio entro il 2040, passando da 1,1 a 2,1 miliardi di persone.

Paesi in denatalità


Nel 2021 si sono contati una quarantina di paesi con crescita negativa, fra essi compare anche l’Italia che nel 2021 ha avuto un calo complessivo di residenti dello 0,3% rispetto al 2020. Già nel 2008 il Parlamento europeo aveva lanciato grida di allarme precisando che la denatalità avrebbe voluto dire invecchiamento della popolazione, meno persone al lavoro e quindi meno soldi per sanità e previdenza sociale a causa delle minori entrate fiscali. Nel 2021 gli over 65 in Italia erano 13,9 milioni e rappresentavano il 23,5% della popolazione totale. Una popolazione di vecchi non può badare a sé stessa: senza un’adeguata base di giovani disposta a farsene carico è destinata a soccombere sotto il peso degli enormi bisogni economici, sociali, sanitari, assistenziali. Nella situazione opposta si trova l’Africa con tre quarti della popolazione al di sotto dei 35 anni, 900 milioni di individui.

Il sovrannumero della popolazione incide nell'immigrazione


Da una ricerca del giornalista Francesco Gesualdi, ogni anno in Africa il mercato del lavoro vede l’ingresso di 10-12 milioni di nuovi giovani, ma l’offerta di nuovi posti non supera i 3 milioni. Di questo passo, avverte la Banca per lo sviluppo africano, nel 2025 i giovani africani senza alcuna prospettiva di lavoro saranno 263 milioni. In conclusione, l’unica prospettiva di vita per molti giovani africani è la migrazione, principalmente dalle campagne verso le città e dai paesi africani a più bassa capacità produttiva verso quelli a maggiore capacità produttiva.

La redazione