Riparare per guardare in faccia il futuro
L'arrivo in carcere è un rituale. I controlli, il cortile, le scale e il corridoio fino alla chiesa, spartana per necessità. È lì che da alcune settimane incontriamo un gruppo di detenute del carcere di Agrigento, che dopo le prime diffidenze, ci hanno confessato di aspettare ormai con ansia il nostro arrivo. «La scorsa settimana siamo rimaste in attesa fino alle 18, poi abbiamo capito che non venivate e abbiamo messo il pigiama», aggiunge una di loro, mentre iniziamo una delle nostre attività.
È un progetto di giustizia riparativa. «Sappiamo benissimo di cosa parlate, ci siamo», ci hanno detto, forse affrettatamente.
Era il primo incontro e loro erano dieci, poi in sette, nell'ultimo in cinque: due italiane e tre straniere, originarie dell'Africa subsahariana.
Siamo nel reparto femminile di uno dei penitenziari più complessi dell'isola, arroccato in alto rispetto al paese, in una zona raggiungibile soltanto con un’auto privata. Una difficoltà in più, da aggiungere al lungo elenco di litanie che di tanto in tanto strabordano dai loro racconti. Nonostante i termosifoni sullo sfondo, il freddo è presente, ma passa in secondo piano. La distanza dai loro figli è un peso che torna ad ogni occasione ed emerge ad ogni incontro. Spiazzate dalla lettura di alcuni versi di una poesia, toccano con mano il dramma altrui, aprendo una fessura sulle loro speranze.
Per guardarci in faccia, abbiamo sistemato le panche della chiesa, quasi a formare un quadrato. È così che la rabbia e il nervosismo lasciano spazio alla curiosità e alla speranza di un riscatto sociale, aprendo uno squarcio sulle loro storie. L'orologio della loro vita sembra essersi fermato al momento in cui hanno perso la loro libertà. Lo disegnano su di un foglio bianco, con dei pennarelli colorati. Orari anonimi, in cui riaffiorano i momenti peggiori, palesati da ricordi asciutti, secchi, pungenti, mai distaccati. «Questo è l'attimo in cui si è fermata la mia vita o forse è quello in cui ho ricominciato a vivere», ci racconta una di loro, reduce da un passato da tossicodipendente.
È in una ridda di foto sparpagliate per terra che ritrovano i loro sogni. Immagini anonime, che assumono un significato inequivocabile, ma diverso in ognuna di loro. C'è una cartolina in cui è raffigurato il mare, con uno di quegli scatti di fine estate, denso di malinconia. Per una di loro però è leggerezza, serenità, distacco dalla vita ordinaria. «Ci stiamo conoscendo più con questo progetto che durante mesi di detenzione comune», dicono in coro. È il passato che torna, con la malinconia e il rammarico per ciò che hanno temporaneamente perso. «Ma nulla è perso per sempre», si sente nel sottofondo di uno dei loro racconti, che nasconde la grinta con cui adesso guardano al domani.
Aspettando la primavera, in chiesa c'è ancora tanto freddo, ma l'atmosfera si è fatta meno gelida.







