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Pierre e Mohamed, un’amicizia che vince la morte

06 Aprile 2022
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La storia del vescovo algerino Pierre Claverie (e il suo cammino spirituale, insieme con quello dei diciotto compagni martiri d’Algeria, beatificati da Papa Francesco nel 2018) e del giovane autista musulmano Mohamed Bouchikhi ha molto da insegnarci.

È una testimonianza di pace e di dialogo, sull’importanza di costruire ponti, non barriere: un messaggio universale di amicizia e solidarietà, anche fra persone di fedi diverse.

 

Pierre Claverie nasce l’8 maggio 1938, in una quartiere popolare di Algeri. Grazie alla sua famiglia, di cui si sente grato per l’apertura naturale verso l’altro, impara, sin da giovane, il valore dell’amicizia: «Ci sono talmente tante ragioni oggettive per ignorarsi o escludersi senza neppure comprendersi… Quando mi capita di arrabbiarmi o di scoraggiarmi in questa nostra difficile missione, in questo mondo musulmano - soprattutto oggi dove i blocchi si irrigidiscono - mi ricordo questi atteggiamenti molto semplici e spontanei di amicizia».

Parte per la Francia per prepararsi a iniziare la facoltà di ingegneria, ma sceglie, invece, nel ‘58, di entrare nel convento dei domenicani a Lille.

Avviene nel ‘64 la professione solenne di Pierre nell’Ordine dei Predicatori, frutto di una doppia vocazione “algerina e domenicana”: «per consumarmi per qualcosa per cui valga la pena per gli altri come per me».

Esige uno stile di missione particolare, in Algeria, dove si testimonia Cristo dentro la violenza del terrorismo e dove Pierre sceglie di rimanere, a fianco del suo popolo, come chi rimane «al capezzale di un fratello ammalato, in silenzio, stringendogli la mano»: «Allo sforzo di inculturazione, che ogni missionario mette in conto lasciandosi riplasmare dal contesto che a poco a poco fa suo, qui bisogna aggiungere l’accettazione della complessità, in un Paese molto variegato, in cui si trova tutto ed il suo contrario... ed essere segno, che si reinventa giorno dopo giorno».

«Noi siamo e vogliamo essere dei missionari dell’amore di Dio come l’abbiamo scoperto in Gesù Cristo. Questo amore, infinitamente rispettoso degli uomini, non impone nulla, non forza le coscienze e i cuori. Con delicatezza ed attraverso la sua semplice presenza, libera ciò che era incatenato, riconcilia ciò che era rovinato, rimette in piedi ciò che era distrutto...».

Dal ‘73 diventa direttore del Glycines, il centro di studi diocesano; l’81 è l’anno della sua nomina a vescovo di Orano e della sua ordinazione espiscopale, nella Cattedrale di Algeri: «Ho imparato a parlare e a capire il linguaggio del cuore, quello dell’amicizia fraterna in cui comunicano le razze e le religioni... Credo che questa amicizia viene da Dio e conduce a Dio».

«Senza amici non so stare in piedi… per fortuna!», la relazione con l’altro come occasione di comprendere pienamente chi si è: «Scoprire l’altro, vivere con l’altro, ascoltare l’altro, lasciarsi plasmare dall’altro, non vuol dire perdere la propria identità, rinnegare i propri valori, ma piuttosto concepire un’umanità plurale, che non esclude». «Ammetto non solo che l’altro è altro, soggetto nella sua differenza, libero nella sua coscienza, ma accetto che possa detenere una parte della verità che mi manca, e senza la quale la mia ricerca della verità non può assolutamente riuscire…».

«La parola cardine della mia fede è oggi il dialogo… il dialogo è costitutivo della relazione di Dio con gli uomini e degli uomini tra loro...».

Nella furia della guerra civile dell'Algeria degli anni Novanta, con 150mila morti ammazzati nello scontro fratricida fra integralisti islamici e militari, luminosa è l’unicità dell’amicizia di Pierre e di Mohamed Bouchikhi, giovane algerino che sceglie di diventare suo autista, nel vescovado di Orano, pur nella consapevolezza del rischio.

Un’amicizia che, spiritualmente, vince anche la morte. Insieme fino alla fine: il 1° agosto del 1996 sono assassinati dallo scoppio di una bomba del terrorismo islamista.

 

«La Chiesa compie la sua vocazione e la sua missione quando essa è presente nei punti di rottura che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità».

 

pierre e mohamed 5Il monologo teatrale (con oltre 1400 repliche in diversi Paesi del mondo) tratto dal libro “Pierre e Mohamed. Algeria, due martiri dell’amicizia” di Adrien Candiard ricostruisce questa amicizia profonda e vera, tra un cristiano e un musulmano, fiorita in un punto di rottura dell’umanità: sapevano di andare incontro alla morte proprio perché amici.

 

 

pierre e mohamed 4Possiamo partecipare allo spettacolo ispirato alla loro vicenda sabato 9 aprile: andrà in scena dai domenicani a Santa Maria delle Grazie a Milano. Il loro messaggio di amicizia e solidarietà universale è raccontato attraverso le parole autentiche del vescovo Claverie (tratte dai suoi scritti) e quelle di Mohamed, frutto della libera interpretazione di Candiard.

La redazione