Giubileo regionale missionario, pellegrini di speranza sulle strade degli uomini
di Giuseppe Marinaro
Le periferie al centro. Quelle del mondo e delle nostre città. Crocevia di storie di fatica e di salvezza, attraversati a Palermo da un centinaio di operatori siciliani in occasione del Giubileo regionale missionario del 12 e 13 settembre. Pellegrini lungo le feconde rotte di Brancaccio e della Missione speranza e carità, la cittadella dei poveri, sulle orme di padre Pino Puglisi e Fratel Biagio Conte, “volti prossimi” che insegnano a essere “prossimi” di tutti. Un’esperienza di fraternità e condivisione che è anche tappa del Festival della missione del 9-12 ottobre a Torino, dove Brancaccio sarà un faro acceso sui Sud del mondo e sulle sfide di una Chiesa di strada, in ascolto e missionaria.
Il primo giorno è stato dedicato proprio al quartiere dove il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56esimo compleanno, 3P fu ucciso dalla mafia. E’ l’inizio di un percorso, compiuto dal folto gruppo di missionari con le gambe, gli sguardi e il cuore, partito dal Centro Padre nostro, fondato dal sacerdote martire beatificato il 25 maggio 2013; luogo che ha i colori e la semplicità di un impegno concreto di uomini, donne e bambini che è espressione, come diceva don Pino, della provvidenza di Dio; della scelta di essere comunità ecclesiale totalmente compenetrata con le sorti del territorio e dei suoi abitanti. Poi, insieme nella vicina parrocchia San Gaetano, con le appassionate testimonianze delle volontarie Valentina Casella e Ida Gagliano; infine, in piazza Anita Garibaldi, dove Puglisi è stato ucciso, mentre dispensava il suo sorriso che ha convertito i killer di mafia. Era il sorriso di un santo? “Non ho esperienza di santi”, disse l’esecutore materiale del delitto, Salvatore Grigoli, come ci ha raccontato Valentina, “quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso. Un sorriso che mi aveva dato un impulso immediato. Non me lo so spiegare: io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo mai provato nulla del genere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. Quella sera cominciai a pensarci, si era smosso qualcosa”. Si è smosso qualcosa anche negli operatori missionari radunatisi attorno alla grossa ‘pietra d’inciampo’ in bronzo sistemata nel punto in cui il parroco di Brancaccio cadde ucciso da un proiettile. Una esperienza forte. “Quel sorriso non gli ha salvato la vita”, ci ha invitato a riflettere Ida, “don Pino è morto, eppure quel sorriso, apparentemente inutile, è stato in grado di stravolgere, capovolgere le vite dei due killer che sono stati finalmente visti, guardati da figli. Occorre avere sempre il coraggio di tanti piccoli gesti inutili. La missione sembra sempre una cosa troppo grande e ci fa sentire davvero inutili rispetto alla vastità dei problemi. Ma come don Pino diceva di Brancaccio, noi non dobbiamo avere la pretesa di risolvere i problemi di questo territorio, dobbiamo solo rimboccarci le maniche e dire che qualcosa si può fare. Il coraggio di piccoli gesti inutili che possono fare la differenza al punto da cambiare la vita di tante persone”. In serata cena insieme nel complesso di San Ciro Maredolce.
La mattina dopo tutti in cattedrale, davanti alla tomba di padre Puglisi a forma di spiga, a ricordare che se “se il chicco di grano non muore…”; e pregando con l’arcivescovo Corrado Lorefice che ha incitato i missionari: “E’ tempo di estroversione, di uscire; di uscire dall’immersione di Dio per essere immagine della sua passione per il mondo, la passione di essere missionari, perché la famiglia umana cresca in umanità, dignità e pace”. Abbiamo così affiancato i nostri passi a quelli di Fratel Biagio, nel centro storico della città, dietro la sua croce, fino alla stazione centrale dove tutto nacque, in mezzo ai barboni che lì cercavano riparo, e alla Missione speranza e carità, da trent’anni casa per centinaia di poveri. “Io ho fatto subito una scelta: se mi salvo è il Signore che mi vuole salvare attraverso una Missione di ‘gente persa’, perché quelle erano persone che allora erano considerate perse, erano gli ultimi, coloro che non avevano neppure nome. Sono loro che salvano noi, non siamo noi a salvare loro”, ha detto don Pino Vitrano che ha camminato per decenni con Biagio nella scelta totale e piena per i poveri. E così, “dilata il cuore, alza gli occhi, libera l’anima”, è stato il mandato del vescovo Angelo Giurdanella, delegato per la Cooperazione missionaria tra le Chiese, a conclusione del giubileo nella Casa di preghiera per i popoli, invitando a vivere “la passione per la casa comune per renderla più umana”, valorizzando “il tesoro delle relazioni in grado di costruire la speranza”.





