Frontiera Missione: non-violenza e azioni concrete sulle povertà
Dialogo tra don Luigi Ciotti, Monica Puto e Mario Calabresi
Milano, 29 settembre 2022 – “Le frontiere di un lavoro di missione possono essere molto diverse. Entrambi i nostri ospiti hanno costruito ponti, cercando di superare differenze nei punti di frattura, che possono essere lontani, ma anche vicini a casa. Essere testimoni è l’unica cosa che può fare la differenza”. Così Mario Calabresi, giornalista, ha introdotto i due ospiti nel dopocena del 29 settembre: don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, e Monica Puto, volontaria di Operazione Colomba (che inizia nei Balcani nel 1992). A nulla è valsa la pioggia: dentro la chiesa di San Lorenzo tutti i posti a sedere erano occupati.
È intervenuta subito Monica Puto, del Friuli-Venezia Giulia: “Volevamo andare di persona e vedere con i nostri occhi la destabilizzazione della guerra nei Balcani. Abbiamo assistito la conquista di Mostar nel 1992 e siamo stati arrestati dall’esercito croato. Ci hanno puntato il fucile contro perché non volevano occhi esterni. Non dimenticherò mai che le persone ci prendevano le mani e perché avevano la consapevolezza di morire di lì a poco, ma noi avevamo le mani legate”.
La Comunità Papa Giovanni XXIII è stata fondata da don Oreste Benzi e nasce Operazione Colomba, che è un’associazione, un corpo non violento civile, che opera nel mondo dell’emarginazione con uno stile basato sulla condivisione diretta della vita con i poveri, per la liberazione degli oppressi e la rimozione delle cause che generano le ingiustizie. Ora Monica vive in Colombia, in zone di guerrilla e dove c’è il dominio del narcotraffico. “Spesso sembra che quello che facciamo sia straordinario, ma ad essere straordinarie sono le vite delle persone che accompagniamo”.
La vita di un “occidentale” non vale più di quella di altri popoli nel mondo. Questo paradigma che porta a violenze, guerre deve cambiare: “La comunità di pace è eroica e tutti i membri che si alzano al mattino sanno che potrebbero non arrivare a sera. Diciamo sempre che la non violenza salva: chi è disarmato salva”.
È concitato e magnetico il discorso di don Luigi Ciotti che racconta e appassiona del tema della lotta alla criminalità organizzata, alla tossicodipendenza e all’Aids, che ha iniziato a fare a Torino con il gruppo Abele e che continua con la lotta dei beni conquistati alla mafia con Libera: “Parto dalla mia vita: da una condizione molto povera, ma anche molto dignitosa a Torino. A 17 anni comincio una nuova avventura dalla parrocchia: abbiamo deciso di andare in strada e aiutare gli ultimi. È proprio nella strada che ho iniziato, con le mie fragilità, a incontrare l’altro”. Hanno lottato perché si accogliesse anche in Italia la consapevolezza di un problema sociale da affrontare: le dipendenze. “Quel movimento partito da piazza Solferino a Torino si allargherà in tutta Italia per poi ottenere le leggi per la loro tutela. Anni dopo invece nasce la lega italiana alla lotta all’Aids”. Sempre in movimento, sempre con la bussola puntata sugli ultimi. Don Ciotti ha ricordato di aver salutato Giovanni Falcone prima della strage di Capaci nel 1992: “Ricordo che dovevamo prendere un caffè, ma non è mai arrivato. Un piccolo segno, ma che è importantissimo. Io ero in Sicilia quando ci fu la strage il 23 maggio 1992. Io sono qui perché c’è una rete: ognuno è chiamato a fare la sua. L’impegno è che anche altri possano mettersi in gioco: dopo quella strage nasce Libera”. E un monito: “La mafia appare di meno oggi perché non gli conviene. Si è trasformato questo mondo di violenza che ci rende ostaggi tutti. Però ai corrotti serve confiscare i beni e darli alla socialità. Bisogna portare via la ricchezza e restituirla alla gente”.
Un grande e caloroso applauso ha concluso l’incontro nella chiesa. Testimonianze di vite straordinarie, ma che sono partite dall’ordinario e che catenano, nel cuore di chi ascolta, un’azione.







