Due vincitrici per il progetto sui podcast presentato al Festival della Missione
Scelto da un'apposita commissione il podcast migliore realizzato dal Master in giornalismo dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Due le vincitrici ex aequo: Selena Frasson e Francesca Arcai
La commissione, composta da Marco Lombardi, direttore accademico del Master; Nicoletta Citttadini, vice direttore; Laura Silvia Battaglia, coordinatrice; Boris Mantova, tutor radiofonico; Paola Abbiezzi, coordinamento del Master e tutor di stage, si è espressa.
Due i lavori ritenuti più significativi, presentati al Festival della Missione durante il laboratorio di Agenda 2030 di sabato 1 ottobre, presso il Salone della Chiesa di S. Giorgio al Palazzo a Milano.
Fenomeni migratori e "crisi" dimenticate. Approfondiamo questi prodotti audio da ascoltare e su cui riflettere con le giovani studentesse.
Ascolta il podcast - Morire nel Mediterraneo
Ascolta il podcast - Mani sulla Sardegna
Morire nel Mediterraneo, lasciati alla deriva dell’Europa, per lo più indifferente ai drammi altrui. Cosa ti ha colpito - chiediamo a Selena Frasson - in particolare, e come hai immaginato di raccontare questo naufragio di morte in 5 minuti?
«Affrontare un tema così complesso in soli 5 minuti è stata una sfida, ma l’obiettivo del mio lavoro è stato mettere in luce le contraddizioni che da sempre accompagnano una narrazione semplicistica e securitaria del fenomeno migratorio. A guidarmi è stata la consapevolezza che anche quando ci crediamo assolti siamo comunque coinvolti, è così, anche quando guardiamo altrove e ci deresponsabilizziamo.
Il podcast inizia ricordando la tragedia Loujin, la bambina siriana di 4 anni lasciata morire di sete nel Mediterraneo, nell’indifferenza dell’Europa. Non un caso isolato, purtroppo. Ci indigniamo, salvo poi dimenticare le nostre complicità.
Il 2 novembre si è rinnovato automaticamente il Memorandum Italia-Libia, l’accordo siglato nel 2017 che prevede l’erogazione da parte dell’Italia di aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche impegnate nella sorveglianza del Mediterraneo.
Un accordo che non è mai stato rinegoziato e che crea le condizioni per la violazione dei diritti umani delle persone che, intercettate e portate nei centri di detenzione libici subiscono abusi, torture e violenze di ogni genere, solo da gennaio sono stati 16mila i migranti che sono stati riportati lì. Ho voluto mettere in evidenza queste contraddizioni e porre l’attenzione anche su un altro fatto, cioè che finché non esisteranno canali legittimi di transito, corridoi umanitari, le morti nel Mediterraneo non finiranno perché le persone continueranno a scappare da guerra, fame, povertà, non è un fenomeno che si può bloccare con la forza o che si può ignorare.
Ringrazio Gennaro Giudetti per la sua testimonianza, come operatore umanitario ha prestato soccorso sulla Sea Watch e si è trovato ad affrontare scelte difficilissime, e Loredana Teoderescu che di questi temi si è sempre occupata con professionalità e impegno costante per continuare a far luce sul dramma dei migranti».».
Hai fatto luce - chiediamo invece a Francesca Arcai - sulla salute di un’isola: è una situazione che indigna quella dell’occupazione militare in Sardegna. La bonifica va a rilento. Che cosa chiede con forza la popolazione sarda? Cosa manca, secondo te, per rispondere a questa richiesta di giustizia?
«Purtroppo la popolazione sarda dagli inizi di questa “occupazione” aveva paura di rispondere a questa enorme forza che aveva davanti… adesso si sta prendendo coscienza di quello che è: dalla sindrome di Quirra ad oggi, di quello che sono i poligoni sardi, quanto sono grandi e quanto si può fare dentro a discapito della popolazione locale che ci vive tutti i giorni. La popolazione sarda adesso chiede con forza che le basi chiudano, ovviamente questa non è una posizione accettabile per la Nato, per l’azienda Difesa. Proprio il 16 ottobre c’è stata un’altra manifestazione del gruppo contro l’occupazione militare della Sardegna, a Foras, nel poligono di Capo Frasca. Dal 3 al 26 sarà in atto un’altra esercitazione che limita lo spazio marittimo dei pescatori e che ovviamente ogni giorno si vedono costretti a circumnavigare questa striscia marittima (nel 1972 ricordo che un ragazzo di 18 anni è morto perché aveva attraversato questa linea immaginaria nelle esercitazioni, proprio a Capo Frasca). Manca sicuramente un vertice politico forte, in Sardegna non si è mai avuto su questa tema, ora si sta comprendendo come sia qualcosa che accomuna i sardi, la popolazione che va contro questa situazione è tanta, ma manca una vera e propria rappresentanza regionale che aiuti a portare questo pensiero, che le basi non devono sparire ma devono essere controllate e che tutto quanto c’è da bonificare dev’essere bonificato. Bisogna iniziare subito e velocemente e non fermarsi! C’è un controllo ma non è abbastanza… per il primo e secondo poligono militare Nato più grande d’Europa, bisogna fare tutte le verifiche del caso e prestare attenzione, continuando con le bonifiche degli ordigni. Ecco quello che chiedono: controlli più efficienti e un vertice politico che rappresenti la popolazione sarda».








