Il Potere del Dialogo: la storia di Takoua Ben Mohamed
«Sei troppo nera per essere bianca e troppo bianca per essere nera». «Ma quindi parli musulmano?». «Sicuramente tuo padre ti costringe a portare il velo». Sono alcuni degli stereotipi con cui Takoua Ben Mohamed, graphic journalist italo-tunisina, ha dovuto imparare a convivere fin da piccola e che oggi cerca di fare a pezzi con i suoi libri. Al momento sta lavorando al sequel di Il mio migliore amico è fascista (Rizzoli, 2021), in cui raccontava la sua esperienza al primo anno di liceo, quando condivideva il banco con Marco, un compagno che si dichiarava fascista. Per lei, mussulmana che indossa il velo, la scuola si trasforma presto in un incubo. Con il passare del tempo qualcosa cambia: lentamente, grazie al dialogo e al confronto, i muri tra loro si sgretolano, trasformando quell’odio in amicizia. Se il nome di Marco è inventato, la storia è autobiografica. «Nel secondo volume, che sto terminando proprio ora, io e Marco siamo amici», racconta Ben Mohamed. La figura di quel «fascistello» segna in qualche modo un prima e un dopo nella sua vita. Per la prima volta si sente chiamare «talebana terrorista». Parole che non comprende immediatamente e che neanche Marco conosce davvero, ma pronuncia con leggerezza, in modo quasi automatico.
Takoua si definisce spesso una “tunisina di Roma”. Arrivata in Italia nell’agosto del 1999, quando aveva 8 anni, la sua storia familiare è segnata dall’esilio del padre, rifugiato politico per vent’anni. «Era un insegnante, una delle categorie più perseguitate», racconta. Ma anche la madre era un’attivista, così come lo zio, professore universitario, che fu incarcerato e ucciso sotto tortura. «Era una famiglia abbastanza movimentata», dice con un sorriso, «con pensieri politici diversi: chi apparteneva al movimento islamico, chi era socialista, chi comunista, ma erano tutti uniti nella lotta contro il regime di Ben Alì, contro la repressione della libertà e dei diritti umani». Il padre lascia la Tunisia nel 1991, quando lei aveva solo quattro mesi, ed è sua madre a crescerla con i suoi cinque fratelli. «La polizia militarizzata faceva irruzione in casa almeno una volta alla settimana. Ci hanno portato via anche l’archivio fotografico di famiglia: non c'era più memoria di mio padre dentro casa, perché le comunicazioni erano troppo pericolose e le fotografie erano l'unica cosa che ci restava». Takoua ha la capacità di colorare ogni racconto con un accento ironico, lo stesso che caratterizza i suoi lavori e lo stesso con cui ricorda: «Quando ci siamo incontrati per la prima volta, una volta arrivati in Italia, ho visto un uomo bianco con gli occhi verdi e biondino: mia madre mi giurava che era mio padre… ma io sono scura di pelle!», ride. Ricorda un ricongiungimento facile, grazie ai racconti della madre, che per otto anni ha fatto crescere in lei e nei suoi fratelli un amore per un uomo che non conoscevano.
Il primo anno vivono a Valmontone, in provincia di Roma. «Eravamo l’unica famiglia straniera, ma eravamo ben accolti, era il ’99 e la diversità era vista con curiosità sana. I nostri vicini di casa per me erano nonno Giovanni e nonna Ada e mi accompagnavano a scuola». Tutto cambia con il trasferimento a Roma l’anno successivo. «Nelle grandi città c’è più diffidenza, e dopo l’11 settembre le cose peggiorarono: eravamo una famiglia araba mussulmana, neanche i bambini giocavano con noi». In quegli anni, Takoua inizia a farsi domande, a cercare di capire perché c’era tanta cattiveria nei confronti delle sue sorelle maggiori che portavano il velo. «In prima media decisi di iniziare a indossarlo anch’io, spinta dalla curiosità. Era quasi una sfida, nonostante i miei genitori me lo sconsigliassero per paura delle reazioni altrui». Iniziano così gli anni più difficili. Per la pressione sociale, Takoua smette di parlare in arabo e si trova tra due fuochi: da una parte il compagno fascista, dall’altra le aspettative della comunità musulmana. «Vista dall’Italia, dovevo liberarmi del velo; vista dalla comunità, dovevo essere un modello perfetto come figlia di un imam. I suoi genitori, però, le hanno sempre dato la libertà. «Sono stati gli altri ad attribuirmi responsabilità che non avevo. I miei, invece, ci hanno sempre spronato a seguire i nostri sogni».
Queste dinamiche saranno centrali nel nuovo libro, insieme alle domande che Takoua si pone su Marco e la sua realtà. «Perché si definiva fascista? Qual era l’influenza della sua famiglia e della società? A scuola vedevo svastiche e croci celtiche ovunque, e gli insegnanti non facevano nulla. È importante riflettere su cosa decidiamo di normalizzare». Oggi Takoua nota progressi nell’integrazione. «Quando ero bambina, nessuno mi invitava alle feste di compleanno; ora, gli amici di mio fratello minore vengono a dormire da noi». Tuttavia, restano ostacoli, anche negli ambienti più aperti. «A volte mi chiedo se voglio far parte di un femminismo eurocentrico che mi rifiuta. Molte amiche sono state costrette a togliere il velo per lavorare. Io stessa, a volte, mi sono vergognata di chi sono, perché mi facevano sentire sbagliata».
Per Takoua, il dialogo è l’unica vera arma per cambiare le cose. «L’ho imparato con Marco: spogliarsi delle proprie convinzioni e ascoltare davvero l’altro può cambiare tutto. La fede, pur vissuta in modi diversi, dovrebbe unirci. E anche chi non crede condivide l’umanità, che è alla base del dialogo». Questo esercizio, dice, è indispensabile per costruire ponti, soprattutto con chi è diverso. «Parlare solo con chi la pensa come noi ci dà conferme, ma è il confronto con idee distanti che permette di andare oltre».





