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Il Festival come un Luna Park?

21 Settembre 2017
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Il Festival della Missione, evento alla sua prima edizione, suscita interesse, curiosità e inevitabilmente qualche sospetto e resistenza, come tutte le cose nuove. Un esempio lo ha dato padre Gabriele Ferrari, saveriano, firmando una lettera piuttosto polemica sul settimanale diocesano "Vita Trentina". Il nostro direttore artistico, Gerolamo Fazzini, gli ha prontamente risposto sulla stessa testata. Pubblichiamo di seguito entrambi gli interventi.

Un Festival della missione?
No, grazie

(di padre Gabriele Ferrari, missionario saveriano) 

“La missione non è un programma di eventi, concerti o attrazioni … da luna park. La posta in gioco è molto più semplice e insieme molto, molto più seria”

Sull'inedito evento ecclesiale previsto a Brescia nel prossimo ottobre pubblichiamo questo intervento del missionario trentino padre Ferrari. Il dibattitto rimane aperto e nel prossimo numero ospiteremo anche il punto di vista degli organizzatori.

Ho letto con interesse e curiosità l’articolo apparso sul settimanale della diocesi di Como a firma di Gerolamo Fazzini, giornalista esperto di missione, a proposito del Festival della missione che si terrà a Brescia il prossimo ottobre, dal titolo: “Ecco perché c’è ancora bisogno della missione ad gentes”. E l’ho letto con interesse, perché il titolo promette molto. Esso presenta il “Festival della missione”, organizzato dalla CIMI (Confederazione degli istituti missionari di origine italiana), dalla fondazione Missio della CEI e dalla diocesi di Brescia. Il titolo dell’articolo esprime con chiarezza le difficoltà che la missione ad gentes sta attraversando e nello stesso tempo la speranza di rilanciare una realtà che soffre per la drastica riduzione dei missionari/e, per una certa confusione di idee e per il venir meno delle motivazioni tradizionali. A dir la verità, la crisi è più profonda, perché ha radici teologiche oltre che storiche, non si riduce alla mancanza di personale e non trova la sua soluzione con l’arrivo di preti provenienti dalle chiese che una volta erano di missione che, secondo Fazzini, servono a “rimpolpare gli organici” (sic) della missione.

La lettura dell’articolo mi ha condotto ad alcune considerazioni che faccio senza ironia ma con partecipazione e sofferenza perché sto parlando di ciò che io amo, di un’istituzione di cui sono membro - spero - ancora abbastanza attivo.

La prima considerazione è legata alla speranza che Fazzini, che del Festival sarà il direttore artistico, pone nel Festival destinato a essere “un evento di piazza, che utilizzerà linguaggi nuovi …” e fin qui niente di male, anzi. Ma egli sembra dimenticare che l’obiettivo del Festival (come di ogni animazione missionaria) dovrebbe essere quello di risvegliare una coscienza missionaria, che oggi appare sfuocata, e di attrarre alla missione, ad “andare” cioè effettivamente in missione, i possibili missionari, laici o preti o religiosi/e che siano. Ma quando “i nuovi linguaggi” vengono dettagliati come “concerti, mostre, spettacoli di strada, momenti di riflessione in un clima di festa”, sento spegnarsi la speranza che il Festival possa raggiungere le finalità appena dette e temo che sia una edizione in salsa missionaria dei vari festival di partito che in queste settimana si aprono nelle piazze delle nostre città. Mi è difficile credere che siano questi gli elementi che faranno decidere la gioventù ad aderire alla proposta missionaria. Non dovremmo invece risvegliare la consapevolezza di essere oggetto di una chiamata personale di Cristo che ci propone di fare qualcosa di bello con Lui e per Lui e per i nostri fratelli e sorelle? Questa è l’unica motivazione cogente e vera della missione.

Una seconda considerazione che è insieme un timore. Temo che il Festival si limiti a una kermesse di folklore missionario o si trasformi in un tentativo di dare un “segno di vita” da parte degli istituti o degli organismi missionari in calo di … audience. Non voglio scomodare il Papa e la sua messa in guardia sulla “mondanità spirituale”, ma ricordare che la missione non è un programma di eventi, concerti o attrazioni … da luna park. La posta in gioco è molto più semplice e insieme molto, molto più seria.

Infine, i ragionamenti che Fazzini mette in campo sono sicuramente impegnativi e seri : “La fisionomia degli istituti è completamente cambiata”, “le giovani chiese entrano nella missione”, “ il Vangelo non è arrivato in tutti i continenti”… Tutto vero, ma proprio per questo è necessaria una riflessione più profonda e non solo un Festival di eventi (happenings) che durano qualche sera d’autunno.  Non si tratta, insomma, di rilanciare la missione per mandarla avanti come nei tempi d’oro “quando c’erano molti missionari”, tempi che sono irrimediabilmente passati.  È ora di cambiare registro con nuovi modelli di missione e di missionario, e con motivazioni spirituali, evangeliche cioè e, nello stesso tempo, antropologiche, legate alla realtà del mondo attuale. Allora la missione riprenderà ad attirare i giovani. Non dimentichiamo (cosa ovvia, ma tanto ovvia che la si dimentica!) che la missione non si declina più sul verbo fare per, ma sul verbo essere e amare. E questo domanda formazione non intrattenimento delle persone.

Ad ogni modo, auguro il miglior successo al Festival, anche se mi permetto di dissentire sulle sue modalità.


Gerolamo Fazzini Ma il Festival della Missione
vuole proprio pro-vocare tutti

(di Gerolamo Fazzini, direttore artistico del Festival)

Caro Direttore, grazie dell’opportunità che mi viene offerta per chiarire identità e finalità del Festival della missione in programma a Brescia dal 12 al 15 ottobre prossimi. Rispondendo alle osservazioni critiche di padre Gabriele Ferrari, spero di fare luce sulle reali intenzioni di questa iniziativa che il missionario saveriano ha un po’ frainteso. Se, infatti, le cose stessero com’egli le ha presentate sul vostro giornale, avrebbe perfettamente ragione ad essere perplesso. Ma fortunatamente (è importante che i lettori lo sappiano!) non è così.

Padre Ferrari, infatti, mi rimprovera, imputandomi di “dimenticare che l’obiettivo del Festival (come di ogni animazione missionaria) dovrebbe essere quello di risvegliare una coscienza missionaria, che oggi appare sfuocata, e di attrarre alla missione, ad “andare” cioè effettivamente in missione, i possibili missionari, laici o preti o religiosi/e che siano”.
Rispondo che il Festival nasce non perché gli istituti (“in calo di audience”, com’egli accusa) abbiano sentito bisogno di dare un generico “segnale di vita”, bensì perché i missionari e le missionarie si sono resi conto (finalmente) che “l’opinione pubblica ha una considerazione positiva di loro, ma – come si legge sul sito, alla voce “Da dove nasce il Festival?” – perché il messaggio di cui sono portatori e che testimoniano con la vita – l’annuncio del Vangelo agli estremi confini – non scalfisce abbastanza le coscienze, né apre brecce nel sentire collettivo”. In altre parole, l’ideale missionario – come ci siamo detti con preoccupazioni fin dalla prima riunione del Comitato scientifico del Festival – non sembra non rientrare più nell’orizzonte dei giovani di oggi.
La preoccupazione essenziale che dunque muove i promotori del Festival è, al tempo stesso, culturale e vocazionale. Non nel senso di “reclutare”, ovviamente, ma di sensibilizzare, pro-vocare tutti, in modo particolare i giovani.

Come? Con messaggi e linguaggi che possano incuriosirli e colpirli nel profondo, ben consapevoli che un Festival non è risolutivo. Ecco, quindi, la scelta di inserire nel programma “concerti, mostre, spettacoli di strada, momenti di riflessione in un clima di festa”. Il risultato non mi pare proprio che sia quella che, sbrigativamente, padre Ferrari definisce, “un’edizione in salsa missionaria dei vari festival di partito”, né “un programma di eventi, concerti o attrazioni da luna park”. Basti dire che nell’arco di tre giorni verranno proposte una trentina di testimonianze missionarie, ben sei delle quali specificamente pensate per i giovani.

Dopo un anno e mezzo di intenso lavoro, il risultato è sotto gli occhi di tutti e credo si possa onestamente riconoscere lo sforzo di coniugare contenuti solidi con le dimensioni artistiche, musicali ecc. In ogni caso, invito fin da subito padre Gabriele e chiunque avesse dei dubbi in merito, a fare un salto a Brescia nei giorni del Festival. Non c’è miglior smentita possibile che toccare con mano.

Gabriel Ferrari sx