Case nuove, vita nuova: il sogno possibile dei Munda del Sunderban
Cinquanta casette in muratura, ciascuna con bagno, quattro stanze, una piccola veranda, orto, accesso all’acqua piovana ed energia solare. Sono nate così, tra i sentieri fangosi e la salinità opprimente del Sunderban, le nuove case dei Munda, una delle tribù più marginalizzate del Bangladesh. Un piccolo grande sogno diventato realtà grazie al progetto promosso dai missionari saveriani di Parma, nel cuore della foresta del Bengala, là dove la tigre reale è ancora regina indomita e la vita quotidiana è scandita da cicloni, alluvioni e miseria.
Una terra senza pace
Il Sunderban, foresta di mangrovie al confine tra Bangladesh e India, è una delle zone più fragili del pianeta. In questo territorio, dove l’agricoltura è scomparsa da oltre trent’anni, sostituita dalla redditizia ma devastante coltivazione di gamberetti d’acqua salata, anche l’acqua dolce è ormai un lusso. Il suolo è reso sterile dalla salinità, il lavoro è scarso, la disoccupazione diffusa, e le migrazioni una necessità. A questa crisi ambientale ed economica si aggiungono disastri naturali che, almeno due volte l’anno, devastano i villaggi: i cicloni e le alluvioni spazzano via le capanne di fango, lasciando la popolazione senza riparo.
È in questo contesto che vivono i Munda, una comunità tribale originaria dello stato indiano del Bihar, trasferita nel Sunderban oltre due secoli fa per lavorare al disboscamento della foresta. Oggi sono circa cinquemila. Senza terra, senza diritti, spesso senza istruzione, i Munda sono tra i gruppi più marginalizzati del Bangladesh. «Quel poco di terra che ancora possiedono lo difendono con i denti», racconta padre Luigi Paggi, missionario saveriano che ha scelto di vivere tra loro a partire dal 2004, dopo aver acquistato un piccolo appezzamento nel villaggio di Isshoripur.
L’inizio: una casa per le “ribelli”
È solo all’inizio degli anni Duemila che i saveriani scoprono l’esistenza di questa comunità. Da allora, ha preso avvio un lento ma deciso cammino di riscatto. Sono state avviate attività di alfabetizzazione, corsi professionali, installazione di impianti solari, recupero e filtraggio dell’acqua piovana, promozione dell’igiene e della salute. Ma uno degli interventi più emblematici è nato da un gesto simbolico: costruire case per alcune giovani Munda “ribelli e disubbidienti”.
Molte di loro, giovanissime, erano state salvate da matrimoni precoci grazie alla protezione offerta dalla missione. Qui hanno potuto continuare a studiare e scegliere liberamente il proprio futuro. Quando, anni dopo, si sono sposate all’età giusta e hanno formato una famiglia, è nato il progetto: offrire loro una casa vera. Nel 2019, su un terreno intestato alla cooperativa femminile Munda, sono state costruite le prime 13 casette. Ogni famiglia ha contribuito con una quota simbolica di 500 euro; il resto è stato coperto da donazioni raccolte dai saveriani. È nato così Probashi Para, “il villaggio degli emigrati”, in riferimento ai mariti che lavorano lontano, soprattutto a Dhaka.
Un modello di sviluppo condiviso
Il progetto, seguito anche dall’architetta milanese Lucia Pedeferri, è diventato un modello di sviluppo a basso costo, sostenibile e partecipato. Le abitazioni sono semplici ma solide, progettate per resistere alle calamità naturali più comuni nella regione. Costruite con materiali locali, hanno un costo contenuto (circa 5.000 euro l’una), ma garantiscono dignità e sicurezza a chi le abita. Ogni casa dispone di uno spazio per l’orto, energia elettrica, gas in bombola e una veranda. Una scelta non solo pratica, ma anche culturale: la veranda è un luogo di relazione e incontro.
Fondamentale è stato il coinvolgimento della comunità. I giovani Munda hanno partecipato volontariamente ai lavori, apprendendo tecniche edilizie e rafforzando il legame con la propria terra e il proprio gruppo. «Esseri umani come me, che solo qualche anno fa non si sarebbero mai sognati di avere una casa propria... con tanto di veranda», racconta padre Paggi, condividendo l’emozione di prendere il tè con le famiglie Munda nelle loro nuove abitazioni.
La seconda fase: case e rifugi per i villaggi
Il progetto ha poi compiuto un salto di scala. Dopo il successo di Probashi Para, è stata avviata una seconda fase, ormai conclusa, che ha portato alla realizzazione di altre 37 case in sette diversi villaggi Munda. L’obiettivo non era solo quello di offrire abitazioni dignitose, ma anche quello di creare presidi di protezione per le comunità in caso di calamità. Le nuove case sono pensate come abitazioni-rifugio, capaci di ospitare, durante i cicloni o le inondazioni, anche altri membri del villaggio rimasti senza riparo.
Il criterio seguito è stato chiaro e condiviso: le famiglie selezionate dovevano possedere legalmente il terreno, contribuire con una parte della quota (almeno 1.000 euro o equivalente in manodopera) e impegnarsi ad aprire la propria casa alla comunità in caso di emergenza. Il resto del costo (fino a 5.000 euro per abitazione) è stato coperto con fondi raccolti dai missionari e dai loro sostenitori.
Un sogno che continua
Il sogno però non si ferma qui. L’obiettivo, nei prossimi anni, è replicare il modello anche in altri villaggi, arrivando a realizzare altre cinquanta abitazioni. «Ma non mettiamo limiti alla Provvidenza», sorride padre Paggi. Il progetto, infatti, non si limita a rispondere a un’esigenza abitativa: rappresenta un cambiamento culturale profondo, un’opportunità di sviluppo autonomo, e una forma concreta di giustizia sociale.







