Brancaccio, una storia d'amore
Esistono storie che nascono per caso e diventano destini. Così è stato per Francesco Faraci e Brancaccio, quartiere palermitano difficile, crudo, ma straordinariamente vivo. Un incontro inatteso con un ragazzo del posto, un invito a varcare la soglia di case e le esistenze che le abitano. Da allora, per oltre due anni, Faraci ha camminato ogni giorno per le sue strade, entrando in punta di piedi nelle vite dei suoi abitanti, stringendo legami, e diventando parte di una comunità.
Le fotografie di Faraci, che saranno esposte in gigantografie durante il Festival della Missione, restituiscono storie che si intrecciano con la sua. Brancaccio per lui è stato un ritorno a casa, un viaggio nella propria memoria, nei luoghi e nei volti che somigliano alla sua infanzia. «Per me Brancaccio è stata una storia d'amore», racconta Faraci. «Un amore che mi ha cambiato come uomo prima ancora che come fotografo». Un amore che ha significato coinvolgersi profondamente, fino a essere riconosciuto come “uno di noi” dai ragazzi del quartiere. Ha aiutato studenti a preparare l'esame di terza media, ha accompagnato ragazze all'interrogazione finale, ha condiviso la quotidianità con le famiglie.
Tra le immagini pubblicate, una riassume l'essenza di questa esperienza: una ragazza che tiene per le mani un bambino che si butta all'indietro. «In quella foto c'è tutto: amore, cura, luce. Sono quei momenti che accadono una sola volta, un regalo». Ma c'è anche il dolore. Come il giorno in cui un padre gli chiese di fotografare la veglia funebre del proprio figlio di 45 giorni. «Non mi sarei mai azzardato a scattare, ma quando lui mi ha detto “fai le fotografie”, ho capito che il nostro legame era autentico, che quel patto di fiducia e quell’amicizia erano reali».
Tutte le sue fotografie sono in bianco e nero. «Non è una scelta estetica», spiega, «ma un modo per restare dritti su quello che accade, senza distrazioni. È la lingua dell'immaginario, lascia spazio all'interpretazione». Un approccio che si fonde con la scrittura, una consapevolezza maturata nel tempo: immagini e parole possono convivere senza sovrapporsi, raccontare la stessa storia con voci diverse, danzare insieme come in un ritmo.
Brancaccio è stato anche l’incontro con Don Maurizio, una figura di riferimento, una guida, una presenza che ha segnato profondamente il percorso umano e professionale di Faraci. «Ci siamo conosciuti quasi litigando», ricorda. «Lui pensava fossi uno dei tanti venuti a Brancaccio per prendere senza dare nulla. Ma quando ha visto il rapporto che avevo con la gente, ha cambiato idea. Da quel momento è nata un'amicizia che mi ha cambiato la vita». Brancaccio è anche questo. Non è solo un quartiere ai margini, “ad alta densità mafiosa”. È il quartiere di Don Puglisi, di Don Maurizio, di chi lotta ogni giorno. Faraci lo ha fatto con la fotografia e con la vita, scegliendo di mischiarsi, di “corrompersi” in senso buono, di immergersi fino a non essere più un estraneo. «Chi ha il privilegio di avere voce ha la responsabilità di usarla per chi non ce l'ha», dice. «Non puoi solo prendere, devi restituire, difendere, prenderti cura di chi scegli di raccontare». Il legame con Brancaccio è diventato anche un libro, “Brancaccio. Le viscere di Palermo”: «Non cambierà mai niente, ma per questo bisogna continuare a lottare».






