Tagle: "Missionari nel mondo ferito"

Nel nuovo numero di "Mondo e Missione" un'intervista al cardinale filippino Luis Antonio Tagle, che racconta del suo rapporto con i missionari e commenta il titolo del Festival, di cui sarà ospite venerdì 13 ottobre. Pubblichiamo l'intervista per gentile concessione della rivista del PIME.


Pubblicato il 04 Ottobre 2017
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È un volto amico per tanti missionari. Quelli del Pime, in particolare, ricordano i tempi in cui da vescovo di Imus collaborava con l’allora seminario dell’Istituto a Tagaytay. Ma anche oggi che guida l’arcidiocesi di Manila ed è presidente di Caritas Internationalis il cardinale Luis Antonio Tagle continua a frequentarli spesso i missionari.
Non poteva dunque esserci testimonianza migliore della sua per aprire il 13 ottobre a Brescia la prima edizione del Festival della Missione, l’evento voluto insieme dagli istituti missionari, da Missio Italia e dalla diocesi di Brescia  per riportare l’ad gentes nelle piazze italiane. E in questa intervista a Mondo e Missione il cardinale Tagle racconta il suo sguardo sulle sfide dell’annuncio del Vangelo oggi.

Eminenza, «andate ed evangelizzate tutti i popoli»: per la Chiesa di oggi è ancora una “missione possibile” come recita il tema del Festival di Brescia?
«Credo che la risposta a questa domanda si collochi su due piani diversi. Il primo: la missione è sempre “possibile” perché è un’azione dello Spirito Santo e un mandato che viene dal Signore. È quindi parte integrante del nostro essere discepoli. Raggiungere tutti i popoli per condividere il Vangelo è un’azione resa possibile dal nostro essere discepoli guidati dallo Spirito Santo. Un discepolo o una discepola annuncia a tutti la Buona Notizia del Signore che ha visto, ascoltato e toccato. Così ogni incontro umano è una missione possibile. Insieme a questo – ed è il secondo piano – oggi abbiamo certamente bisogno di studiare e comprendere come cambia lo scenario globale. Di fronte ai molti fenomeni che vediamo svilupparsi in tutto il mondo, specialmente la paura dell’“altro” o dello straniero, e la violenza, dobbiamo trovare le strade per diventare missionari della bontà e della misericordia di Dio. Credo che questo mondo ferito abbia reso ancora più possibile e urgente per i cristiani l’impegno a proclamare la verità, la giustizia, la misericordia, l’amore e la pace, perché è proprio ciò di cui l’umanità ha più bisogno oggi».

Lo stile e il magistero di Papa Francesco stanno cambiando il mondo della missione?
«Papa Francesco continua a ricordarci i principi e lo stile della missione che hanno accompagnato la Chiesa dal Concilio Vaticano II o anche prima. In un certo senso non ha “inventato” nulla sulla missione. Vediamo come abbia riformulato orientamenti che si possono trovare nel Vaticano II e nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. Papa Francesco ci sta offrendo nuove espressioni e nuove immagini che dicono in un modo diverso quegli stessi insegnamenti. Così oggi noi li consideriamo suoi “marchi di fabbrica” sulla missione. Per esempio: l’immagine della Chiesa missionaria come una Chiesa che sa andare fuori da sé, la “Chiesa in uscita”, piuttosto che autoreferenziale; la Chiesa che raggiunge le periferie esistenziali piuttosto che rimanere in un “centro” o in una sede di potere e di comodità; la Chiesa che è gioiosa nella sua missione piuttosto che esserne appesantita; la Chiesa che si impegna nell’incontro con le persone piuttosto che porsi come una burocrazia. Queste idee non sono nuove, ma il modo di esprimerle è genuinamente di Papa Francesco. E soprattutto lui vive questi insegnamenti, non si limita a parlarne».

Che cosa ha imparato lei dai missionari che ha incontrato?
«Sono cresciuto in mezzo ai missionari, specialmente provenienti dall’Europa e dal Nord America. Attraverso il loro amore disinteressato e il loro servizio, ho imparato che annunciare la fede cristiana è qualcosa per cui vale la pena offrire la vita. La missione non è solo un’attività, ma una chiamata alla quale si risponde con convinzione e con gioia. E l’unica ragione è Gesù, non certo l’ambizione o la carriera. Dai missionari, inoltre, ho imparato anche che quando le nazioni si combattono tra loro per tante ragioni, è proprio la presenza dei missionari a testimoniare che la fede cristiana unisce i popoli e trascende tutto ciò che ci divide».

Quali nuovi sentieri sta percorrendo la missione in Asia oggi?
«La dichiarazione fondamentale e programmatica pronunciata dai vescovi dell’Asia già nel 1974 rimane valida per la missione in questo continente pure oggi: la modalità per essere missionari in Asia è il dialogo. Il dialogo della vita va portato avanti in tre principali direzioni: con le diverse religioni, con le culture e con i poveri. È una visione che non ha perso per nulla la sua attualità. Ci sono però anche nuovi elementi che provengono dalle realtà emergenti nell’Asia contemporanea: il crescente fondamentalismo religioso e politico, il terrore organizzato, le migrazioni dei popoli, il traffico di esseri umani, le nuove forme di schiavitù, il degrado dell’ambiente, l’indebolimento delle culture tradizionali asiatiche, l’influenza dei social media, la tendenza della tecnologia e della scienza a rimodellare la vita quotidiana. Queste sono alcune delle nuove religioni, delle nuove culture e delle nuove povertà che incontriamo oggi. Come dialogare con loro? Come dialogare con partner che rifiutano questo atteggiamento? Come rafforzare una cultura del dialogo in un mondo profondamente diviso? Queste preoccupazioni sono al centro delle nostre riflessioni sulla missione oggi in Asia».

La Chiesa filippina e la missione ad gentes: che cosa la colpisce di più nelle esperienze dei missionari filippini?
«Per molto tempo ci siamo considerati fruitori dell’opera missionaria degli stranieri. Oggi invece vediamo sempre di più missionari filippini lavorare all’estero. Questo è un fatto significativo per molte ragioni. C’è un tempo per ricevere e c’è un tempo per condividere e donare. Non riceviamo il Vangelo per tenercelo per noi; al contrario, lo riceviamo solo per poterlo un giorno condividere. Ora per gli “eredi” è il tempo di far crescere questo dono su un nuovo terreno. Ed è un imperativo per la Chiesa delle Filippine perché la metà della popolazione cristiana in Asia si trova in questo Paese. In mezzo a noi devono sorgere più missionari per l’Asia e per il resto del mondo. In questi ultimi anni, abbiamo anche capito, però, che i nostri missionari migliori sono i lavoratori migranti. Lasciano il nostro Paese in cerca di lavoro, ma trovano sempre anche una missione dovunque vadano a lavorare. Attraverso di loro le chiese si riempiono di persone, di musica e di sorrisi. Dobbiamo offrire una formazione solida ai laici così che possano essere veri missionari ovunque vadano».

Tanti giovani oggi trascorrono brevi periodi in missione: come vede questo tipo di esperienze? E cosa raccomanderebbe loro?
«Mi sento di incoraggiare questa pratica. Ho visto molti giovani provenienti dall’Europa crescere nella loro umanità e nella loro fede, dopo aver vissuto un periodo di servizio come volontari nelle Filippine. Tornano nei loro Paesi d’origine più maturi e con orizzonti più grandi. Ma non sono solo loro a essere ispirati e aiutati: anche noi dei Paesi che li ospitiamo siamo arricchiti dalla loro presenza. Molti giovani filippini si sono lasciati coinvolgere in servizi comunitari proprio dopo aver visto questi studenti stranieri mostrare così tanto amore e dedizione per noi. E poi, data anche la sfiducia e le discriminazioni che attraversano il nostro mondo di oggi, questi giovani possono certamente diventare portatori di riconciliazione, amicizia e pace».

Giorgio Bernardelli 



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