Nella patria di Dio: la spiritualità africana in mostra

Pubblichiamo l'articolo uscito sul quotidiano Avvenire il 6 ottobre, a firma di Pier Maria Mazzola, per accompagnare alcune immagini della mostra "In God's Country". La mostra, prodotta dalla rivista Africa, sarà esposta a Brescia durante il Festival della Missione nel Salone Vanvitelliano del Palazzo della Loggia.


Pubblicato il 09 Ottobre 2017
Nella patria di Dio: la spiritualit africana in mostra
È difficile trovare la parola “religione” in una lingua africana, a meno che non venga dall’arabo o da altri idiomi coloniali. «I popoli africani – ha scritto John Mbiti, teologo anglicano keniano, in Oltre la magia – non sono capaci di esistere senza religione. Essere privi di religione è come una sorta di autoscomunica dall’intera vita della società».

Ma qual è il loro Dio? A differenza di quanto sostennero in passato coloni e missionari, quando attorno a sé vedevano solo politeisti immersi nella superstizione, gli africani sono monoteisti, generalmente. Manteniamo l’avverbio per precauzione, dato che in casi come il vodu siamo in presenza di un pantheon complesso; qualsiasi nostra catalogazione, inoltre – monoteismo o politeismo, animismo o “religione tradizionale” –, è al di sotto di ogni sospetto: quello di porre le religioni africane in raffronto con le fedi “mature” generate da una Rivelazione. 

Amadou Hampâté Bâ, conoscitore indiscusso delle culture africane, scrisse: «L’esistenza di un Essere Supremo, non definibile e residente “in cielo”, è riscontrabile nella maggior parte delle tradizioni religiose dell’Africa nera». 

Così vicino, così lontano
Dio, però, aggiunge Hampâté Bâ, pur non distante dagli uomini più di quanto non lo sia l’unghia dalla carne che essa ricopre, è da loro avvertito come troppo lontano perché gli possano votare «un culto diretto. Preferiscono ricorrere a intermediari». È a questi ultimi che rivolgeranno «parole rituali, incantazioni più che preghiere, e offerte propiziatorie per calmarli quando la loro ira si scatena». Lo stesso Creatore, tuttavia, può incarnarsi in elementi e in fenomeni naturali. «L’Essere Supremo è terribile, nondimeno compassionevole. Accetta le implorazioni. È lui che ispira le parole sacramentali che possono toccarlo e impietosirlo».

Il «sacro intermedio», ossia quello ordinariamente accessibile, è uno spazio occupato da antenati, re divinizzati, eroi fondatori. È con loro che, al bisogno, si tratta per individuare lo sgarbo commesso nei loro confronti, così grave da aver provocato una malattia o il tracollo negli affari. Allo scopo, si ricorrerà a indovini e a sacerdoti-erbalisti che prescriveranno il sacrificio di riparazione. Meglio è prevenire, stando sempre attenti agli avvertimenti (in sogno, per esempio). Ed eseguendo correttamente i riti funebri per un congiunto, specie se anziano. Costui diverrà in tal modo uno «spirito tutelare» bendisposto verso la sua posterità. 

È tutta una teologia, insomma, costantemente messa in opera: davanti a fenomeni atmosferici eccezionali come pure nei momenti-soglia dell’esistenza (nascita, iniziazione, matrimonio) o prima di intraprendere certi lavori (costruzione della casa)… e nella vita di ogni giorno. È una “liturgia” che si fa etica. Il tutto, in seno al gruppo umano in cui si vive, unico “welfare” su cui contare. Ecco perché “non credere” significa escludersi dalla comunità. 

Arma a doppio taglio
Tutto molto bello. Ma il potere di negoziare, a fin di bene, con l’invisibile può avere conseguenze di altro tipo. Eventi quali malattia, morte e calamità diverse possono essere interpretati come l’effetto di atti commessi da qualcuno. Dolosamente, o anche inavvertitamente. Si vive allora nella paura e bisogna andare in cerca del “colpevole”. 

Ciò significa che è dunque possibile fare del male, magicamente, al prossimo. Entriamo così nel vasto campo della stregoneria, che Mbiti definisce come «ogni abuso malvagio del “potere mistico”, praticato solitamente in segreto». Questo oscuro e intricato sottobosco del religioso è insomma una sorta di «corruptio optimi pessima». 

Si capisce come le nuove religioni sbarcate in Africa abbiano qui trovato un terreno cruciale. Mentre l’islam storico si è creato un suo modus vivendi adattandosi alle culture locali, e il cristianesimo ha tentato vie diverse – dai roghi di feticci alle cristologie in chiave africana –, molte sedicenti Chiese improvvisate da profeti senza scrupoli cavalcano i bisogni e le paure della gente, non di rado ricorrendo, a loro volta, a rudi metodi “magici” per estirpare il male. Ed è sotto gli occhi di tutti come un islam fino a poco tempo fa sconosciuto in Africa sia oggi un focolaio di violenza (Boko Haram, al-Shabaab…).

Nel bene e nel male, l’Africa si presenta oggi come la terra di Dio. Come se la patria di Homo sapiens fosse anche quella di Mungu, Ngai, Imana, Olorun, Maa Ngala… Che da qui non se n’è mai andato.

Immagini selezionate dal Catalogo della mostra fotografica In God’s Country, a cura della rivista Africa

 



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09/10/2017

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